Palazzo Gulì

Palazzo Gulì... nel centro storico di Palermo

Palazzo Gulì


Palazzo Gulì... nel centro storico di Palermo


Palazzo Gulì,
nel centro storico di Palermo


Pur non essendo uno dei grandi palazzi che si affacciano sul Cassaro, denominazione tradizionale della via principale della città antica, la sua collocazione ne fa un obbiettivo nevralgico nel percorso lungo l’attuale corso Vittorio Emanuele. Palermo non ha, all’interno del centro storico, grandi spazi civili e il Piano dei Bologna (comunemente piazza Bologni) costituisce l’unico "luogo" pubblico della città cinquecentesca.

Il palazzo dei Gulì, commercianti del XIX secolo, che l’acquistarono, unificandolo ma non modificandolo se non nell’ordinamento delle aperture in facciata, rappresenta un esempio, tra i molti, di quel processo di utilizzo delle aree di risulta lungo il Cassaro dopo la sua rettificazione, in cui non vengono creati nuovi palazzi dalle grandiose e scenografiche architetture, ma contenitori il cui prospetto sulla via principale, viene proposto in termini semplificati.

Il focus del piano dei Bologna rende il palazzo, assieme alle case nobiliari che vi si affacciano, come il palazzo Riso di Belmonte, sede del Museo Regionale di Arte Moderna, una specie di chiave di lettura dello sviluppo della città, unendo l’età antecedente alla regolarizzazione del Cassaro ai più recenti avvenimenti, successivi prima ai crolli prodotti dai bombardamenti dell’aprile 1943 e poi agli sventramenti e alle ricostruzioni protrattesi sino agli anni ’70 del secolo scorso. Palazzo Gulì è così una specie di ponte tra la città come emerge dal medioevo normanno-svevo e la città rinascimentale e barocca, in cui fu parte del monastero del Gran Cancelliere, sino alla fase commerciale dell’Ottocento e all’oblio della stessa storia urbana, costituendo un tassello di quel lento e frammentato nonché difficile recupero di quella storia e di un modo civile di rapportarsi ad essa.

La costituzione del No Mafia Memorial sarà un altro tassello di questa ripresa "civile", soprattutto nel rispetto degli spazi e nel loro coinvolgimento in un percorso contemporaneamente materiale e immateriale, in una successione di temi e ricostruzioni storiche che, come l’edifico che riproduce la storia travagliata della città, ripercorra le origini più lontane del fenomeno mafioso sino alla complessità del presente.

In un futuro prossimo, il possibile completamento della seconda fase consentirà di aprire squarci visuali sulla città che si è venuta creando nel secondo dopo guerra, attraverso cannocchiali ottici su edifici simbolo quale la caserma dei Vigili del Fuoco, realizzata a margine del centro storico ma entro la cerchia delle mura, demolite qui come altrove in segno del superamento di un passato di oppressione di servitù militari, e sul cosiddetto grattacielo dell’INA, simbolo delle illusioni di un modernismo o di una modernità improbabile, ma capace di manomettere antichi tessuti  urbani, abbandonando le parti meno appetibili, quali gli spazi tra le carceri dell’Ucciardone e il Borgo Vecchio.

Il balcone aperto su vicolo del Gran Cancelliere, al terzo piano, costituisce una specie di cannocchiale che traguarda, superando i tetti del centro antico nel suo degrado e nella sua contraddittorietà, verso il volume, emblematicamente indefinibile dal punto di vista storico ed estetico, del grattacielo a Piazzale Martiri d’Ungheria, balcone che prendiamo a paradigma del rapporto tra la città quotidiana, la sua memoria e la sua proiezione nel futuro.

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